Scrivere... che passione!

21. lug, 2020

Quando parliamo del coaching, solitamente facciamo riferimento alle tre principali aree di applicazione: life, business e sport. Ma in realtà questo metodo di formazione fortemente personalizzato si presta ad essere applicato ai più svariati ambiti. Negli ultimi anni ho supportato gruppi artistici e giovani studenti nel consolidamento di un metodo di apprendimento che permettesse loro di raggiungere eccellenti performances. La preparazione mentale si serve di svariati strumenti, che vanno dagli esercizi di memorizzazione, concentrazione, apprendimento veloce, focalizzazione sull’obbiettivi, visualizzazione guidata, al lavoro sulla motivazione personale e sulla comunicazione efficace. Il lavoro di un bravo professionista si deve sposare col giusto atteggiamento del cliente, con la sua perseveranza e con le sue risorse interne e non può prescindere dalla profonda conoscenza degli stili di apprendimento e di comunicazione.

Si tratta di un lavoro differente da quello svolto dall’insegnante a scuola, che profondo conoscitore della materia d’insegnamento e della didattica, svolge il proprio lavoro, spesso imbrigliato all’interno dei tempi di svolgimento di un programma curricolare e della standardizzazione dei metodi. Il coach aiuta lo studente a rifornire la propria cassetta degli attrezzi con tanti strumenti che egli potrà poi padroneggiare sia nello studio che al suo ingresso nel mondo del lavoro. Il miglioramento dei risultati scolastici e il superamento delle prove e degli esami, passa per un percorso appassionante, stimolante e ricco di scoperte, i cui punti principali sono:

  • La consapevolezza delle proprie risorse e dei propri talenti
  • L’apprendimento di tecniche di memorizzazione e apprendimento veloce
  • L’aumento della capacità di concentrazione ed attenzione
  • La gestione dell’ansia e delle emozioni in generale
  • Il potenziamento della propria autostima
  • L’orientamento verso un particolare percorso di studio e la capacità di scelta
  • La pianificazione dei propri obbiettivi e la gestione del tempo a disposizione
  • L’acquisizione di competenze comunicative

Per conoscere meglio i vantaggi del coaching per gli studenti di tutte le età, visita il sito www.corinnevigocoach.it  e chiedi un primo incontro gratuito. A presto!

Corinne Vigo

 

 

5. lug, 2020

Credo fosse il 2004 quando il mio professore di psicologia dinamica impresse nella mia mente questo pensiero: “E’ molto più difficile ricevere che dare. La vera difficoltà delle persone è accettare di essere amate”. 

Carpire il significato di questa frase e lasciarmi attraversare dalla sua energia è stato uno dei lavori più intensi che mi abbia permesso di avvicinarmi a me stessa e all’amore. Perché tutti facciamo un gran parlare sul nostro desiderio d’amore, ma poi finiamo per costruire case di paglia. E lo facciamo ripetutamente, con gli stessi metodici gesti conosciuti e confortanti, con gli stessi schemi e le stesse maestranze, complici dei nostri giochi di potere. Ci nutriamo del possedere e del controllare, dell’accudire e del tollerare, dello scrivere storie che sono costruzioni rassicuranti di come le cose dovrebbero andare, dl rinnovare promesse che il nostro cuore non riesce a mantenere. Perché tutto questo lavorio risulta più facile del semplice fermarsi ad amare?

Perché l’amore è verità!

Ci denuda di fronte a noi stessi, alle nostre emozioni, desideri, paure, ci rende fragili e allo stesso tempo invincibili ed eterni. L’amore vero è quello specchio che smette di rimandarci la nostra immagine e inizia a parlarci della nostra essenza. L’amore vero affonda le sue radici nell’autostima. Proprio così. L’autostima: la misura del valore che attribuiamo a noi stessi. Quel sentimento che ci parla della considerazione e dei pensieri che abbiamo circa la nostra persona.

A stimolare questa riflessione l’articolo di Stefano Pigolotti “Rafforza la tua autostima”, pubblicato di recente nel suo blog https://www.vikyanna.it/novita/

Il rischio che si corre quando parliamo di autostima è che nelle relazioni tendiamo a sentirci a nostro agio con persone che hanno un livello di autostima simile al nostro.

Di conseguenza, se il nostro livello di autostima è basso rischiamo di circondarci di persone scarsamente fiduciose in loro, finendo in “sabbie mobili emozionali” che non ci permettono di continuare a testa alta il nostro cammino.

L’obiettivo quindi è imparare a bastarsi, dobbiamo puntare a essere persone emotivamente autonome che coltivano l’amor proprio e sanno dire di no: gli altri infatti non ci regaleranno mai ciò che ci manca.”

Se tutto questo è vero, da queste considerazioni scaturisce il mio pensiero sulla nostra capacità di ricevere amore. Siamo capaci di ricevere nella stessa misura in cui attribuiamo valore a noi stessi. Non alla nostra immagine, non al ruolo che rivestiamo, ma al nostro essere nudi di fronte al mondo. Consapevoli che il mondo potrà ferirci ma che ogni ferita sarà un pertugio da cui filtrerà nuova luce. E’ l’autostima che ci permette di avere una persona accanto. Non al di sopra né al di sotto. Accanto per camminare assieme lungo quel meraviglioso percorso che è la vita.

 

Corinne Vigo 

  

28. giu, 2020

Mi piace pensare, come ci insegnava Luigi Pirandello, che la vita sia davvero un palcoscenico in cui tutti noi indossiamo delle maschere e interpretiamo dei personaggi.

La mia evoluzione personale e professionale mi porta tutt’ora a incontrarmi e scontrarmi con i miei personaggi interiori, ma anche a saperli prontamente riconoscere e smascherare. E’ un lavoro di consapevolezza che non finisce mai e che richiede molto coraggio, perché se la maschera ci conforta nel suo aspetto familiare, l’essenza invece ci spaventa perché potente oltre ogni limite e vera in modo sconcertante.

Chi di noi, almeno una volta nella propria vita non ha interpretato il ruolo del cattivo, volendo ottenere dei vantaggi dalle relazioni, in termini materiali, emotivi, di sicurezza, di potere? E chi invece non ha desiderato apparire il “buono” che salva e aiuta colui che si trova in stato di difficoltà? E ancora, quante volte ci siamo sentiti vittime del comportamento altrui e abbiamo deciso di cedere la nostra autonomia a qualcuno che col suo comportamento esercitava un potere su di noi e determinava i nostri sentimenti?

Esiste una teoria molto conosciuta che descrive benissimo le dinamiche disfunzionali che si possono creare nelle relazioni quando prevalgono situazioni di conflitto o legami di tipo nevrotico. Stephen Karpman, nel 1968 formulò  la descrizione del triangolo drammatico formato dal persecutore, la vittima e il salvatore, e dai loro “giochi psicologici” descritti dall’analisi transazionale.

  • Persecutore. È il ruolo di chi sente di avere diritto o capacità di giudicare gli altri. Valuta, misura, non fa mancare i suoi commenti sgradevoli e gode, in qualche modo, nel generare sofferenza emotiva agli altri. E’ controllante, critico, oppressivo e  “bullizza” la vittima. In questo modo evita i propri sentimenti e le proprie paure.
  • Vittima. Corrisponde a chi assume un atteggiamento timoroso e passivo verso ciò che lo circonda. Ha la sensazione di essere maltrattato senza meritarlo.  La vittima è quella persona che si relaziona agli altri adottando un atteggiamento difensivo. Cerca sempre l’aiuto altrui, senza provare a uscire dalla sua condizione. La persona che recita questo copione ottiene attenzione, perché sia Persecutore che Salvatore si concentrano su di lei. Inoltre, il ruolo di vittima soddisfa il bisogno di dipendenza e permette di evitare l’assunzione di responsabilità. La vittima non è sempre realmente una vittima, ma agisce come tale. I suoi sentimenti hanno a che fare con il sentirsi oppresso, accusato, senza speranza. Questa persona appare incapace di prendere decisioni, di risolvere problemi e trovare soluzioni.
  • Salvatore. Deve aiutare, anche se non gli viene richiesto. Sente il bisogno di rendersi indispensabile agli altri e di fomentare la loro dipendenza. Ciò gli permette di mettersi in buona luce e sentirsi moralmente superiore, giusto, ma anche di evitare i propri problemi e sentimenti. Il salvatore è la persona che si fa carico delle responsabilità altrui. Offre un aiuto sconveniente, dato che così facendo impedisce alle persone che aiuta di crescere generando, al contrario, una dipendenza. Questo personaggio si sente frustrato e in colpa se non riesce a salvare gli altri. Le sue azioni hanno comunque effetti negativi, perché permettono alla vittima di rimanere dipendente e al persecutore di continuare ad attaccare.

CAMBIARE LA SITUAZIONE O CAMBIARE LA POSIZIONE?

E’ intuitivo il fatto che nessuna delle tre posizioni sia veramente funzionale e sana. La guarigione non avviene cercando di cambiare la situazione o di cambiare il comportamento dell’altro. Avviene invece diventando consapevoli del copione ripetitivo che si interpreta e uscendo dal triangolo:

  • Non vittimizzarsi, ma responsabilizzarsi. Invece che aspettare di essere salvata, la vittima dovrebbe concentrarsi sull’assumersi le responsabilità della propria vita, delle decisioni, della propria felicità, dei propri successi e insuccessi  Può avere bisogno di aiuto, ma non deve richiedere l’aiuto altrui in maniera incondizionata. Deve prima aiutarsi da sola.
  • Promuovere l'assertività. Ciò che manca al persecutore è la capacità di distogliere lo sguardo dagli altri per rivolgerlo verso di sé. Stiamo parlando di una forma di autonomia che include una dose di assertività. Sviluppare il potere personale, che non è il potere e controllo esercitato sugli altri, ma l’equilibrio nel manifestare la propria volontà, la libertà di essere, il dare e ricevere.
  • Creare una collaborazione empatica. Non si tratta di farsi carico dei problemi altrui, quanto di riuscire a riconoscere le mancanze e difficoltà degli altri per aiutarli a superarle. Aiutare una persona ad acquisire maggior fiducia e autonomia. Alla base dell’empatia c’è l’empatia verso se stessi, cioè riconoscere i propri bisogni e desideri, ciò che manca al salvatore, quanto alla vittima.

 

Corinne Vigo

 

13. giu, 2020

Come artista e life coach mi permetto di fare una riflessione su come negli ultimi anni siano sempre più numerose le persone che sentono la necessità di intraprendere un percorso di sviluppo personale con l’obiettivo di  riscoprirsi nella loro autenticità, quasi a ripercorrere al contrario una strada che ha condotto inevitabilmente, nel tempo, a costruire sovrastrutture e maschere, perdendo, appunto, il contatto con la propria natura. L’educazione familiare e i processi di socializzazione forgiano  l’essere umano su un modello che la società di appartenenza considera accettabile e al quale dispensa premi e punizioni. Ma dentro ciascuno di noi convivono tanti personaggi che reclamano il loro diritto di esprimersi e ci chiedono di dar loro corpo e voce. Allora sotto questa spinta sentiamo la necessità di abbandonare i ruoli che fino a quel momento abbiamo interpretato e gettar via le maschere che abbiamo indossato per poter mostrare a noi stessi e al mondo la nostra vera essenza. L’essere quindi, non più il fare! Ma cosa succede quando entriamo a contatto con la parte più profonda di noi e sentiamo il sapore delle nostre emozioni? Ecco che improvvisamente scopriamo qualcosa di nuovo, una parte di noi che giaceva dimenticata in un angolo e che a volte ci fa paura perché è estremamente luminosa e potente.

L’arte si serve di un linguaggio che parla dritto all’anima, servendosi di metafore e simboli e giungendo indisturbata alla nostra parte profonda. Non è la mente logica che produce e percepisce il suo messaggio. E’ il nostro inconscio… lì dove nascono i sogni.

E’ dal nostro Eros, quella potente energia che tutto crea, che si generano le più grandi opere. Qui prendono forma colori, giochi, figure, poesie e magie. E non c’è inganno nell’arte! Non c’è maschera che possa resistere alla sua forza trasformatrice. Non c’è ferita che non possa trasmutare per accogliere la luce. Non c’è abito che non possa essere dismesso per scoprire la nudità dell’anima.

Spesso l’artista appare avulso dal vociare del mondo, mentre si muove col suo sguardo spaurito e si rifugia nel lato oscuro della luna. Altre volte è travolgente col suo estro e ruba il centro della scena fino a inebriare il suo pubblico di emozioni e fantasia.

Imprevedibile si muove fuori dagli schemi e inventa scenari nuovi in cui vivere ed esprimersi. Acclamato, ricercato, chiacchierato, contestato o incompreso. Chi produce arte è tutto questo, mentre si muove alla ricerca continua di un equilibrio tra la mente e il cuore. Tra la società moderna e la voce dell’anima… quasi impercettibile alla sordità dell’uomo comune.

Corinne Vigo

7. giu, 2020

La nostra comunicazione si serve di tre canali per la trasmissione dei messaggi: il verbale, il paraverbale e il non verbale. Un buon comunicatore trasmette autenticità solo a condizione che questi tre canali siano coerenti e congruenti tra loro. In particolare, il linguaggio paraverbale consiste nelle qualità della nostra voce e poiché l’essere umano, a differenza delle altre specie animali, si serve principalmente della parola per comunicare, è opportuno che abbia cura di questo bellissimo strumento che è la voce e come ogni altro strumento richiede conoscenza, accuratezza ed allenamento.

A quanti di noi risulta sgradevole ascoltare la propria voce registrata? Ciò si verifica innanzitutto per la scarsa abitudine ad ascoltarci. Inoltre, mentre parliamo, noi ascoltiamo la nostra voce sia dall’interno che dall’esterno del corpo e questo ne cambia la qualità. Invece quando riascoltiamo una registrazione, la voce proviene solo da una fonte esterna e poi la nostra attenzione è focalizzata al 100% sull’ascolto e non più sulla trasmissione di concetti.

Cosa succederebbe se trascorressimo vent’anni senza guardare la nostra immagine e poi improvvisamente ci portassero davanti a uno specchio? Ci sembrerebbe di trovarci davanti ad un perfetto estraneo, esattamente come succede quando ascoltiamo la nostra voce registrata. Stupore e poca familiarità per il semplice fatto che entriamo in contatto con una parte di noi che non conosciamo. Eppure la nostra voce veicola emozioni ed intenzioni ed è capace di creare relazione e suscitare particolari reazioni fisiologiche in noi e nel nostro interlocutore. Vediamo quali sono i principali elementi espressivi a cui dobbiamo prestare attenzione quando parliamo:

IL TIMBRO: il carattere distintivo della tua voce, quella particolare qualità del suono che permette di distinguere due suoni con uguale frequenza e altezza.

IL TONO: è la nota musicale che emettiamo, la frequenza del suono. Solitamente toni medio-bassi risultano maggiormente graditi ed autorevoli.

IL VOLUME: è l’intensità del suono e dipende dalla quantità del fiato e dalla forza con cui lo emettiamo.

IL TEMPO: è la distanza che le sillabe hanno tra loro. Ad esso è associata l’idea di sicurezza e rilassatezza.

IL RITMO: le pause che troviamo all’interno del discorso, che ci permettono di rimarcare ed enfatizzare alcune parti del discorso. Possono essere nette oppure esitanti a seconda di ciò che intendiamo trasmettere. 

Ed infine… IL SORRISO: la nostra voce cambia se i muscoli del viso sono rilassati, rilasciano le tensioni ed esprimono piacevolezza. Il nostro interlocutore lo avverte anche durante una conversazione telefonica. Col nostro sorriso trasmettiamo immediatamente un’emozione positiva. Non è forse di questo che abbiamo bisogno nella vita?

Possiamo migliorare la nostra voce ed essere così più attraenti?  La risposta è certamente sì!  I miei corsi di public speaking dedicano un apposito modulo all’uso efficace della voce e ti permettono di imparare in poche ore tutti i segreti per comunicare con consapevolezza e autenticità.

Corinne Vigo